Chi siamo
A proposito di fertilità.
Quando abbiamo fondato l’Associazione (e di conseguenza la rivista), nel redigerne lo statuto, da subito siamo tutti stati d’accordo su un punto: le argomentazioni avrebbero dovuto essere laiche ed apolitiche. Seppur consapevoli delle parole di George Orwell (<> in Nel ventre della balena e altri saggi, Milano, Bompiani, 2002, p. 105), vorrei qui spiegare quale significato abbiano per noi questi due “scomodi” termini.
“Politica”, dal greco pólis (lett. = città, polítes = cittadino), indica, secondo il dizionario etimologico Zanichelli, la struttura <>. Come spesso è avvenuto, dal passaggio della civiltà orale a quella alfabetizzata in poi, molti vocaboli hanno subito via via una “mutazione” di significato. Così nel corso della storia la parola “politica” è passata dal rappresentare la vita sociale dell’uomo in ogni suo aspetto del quotidiano, ad assumere progressivamente i seguenti significati: <> (av. 1294), <> (1618), <> (1918) e infine, con la nascita dei partiti, “schieramento per questo o quel colore”.
Oggi in pratica la politica non è altro: logica di partito. E proprio a questa, troppo ristretta, interpretazione traslitterata del senso di appartenenza comune noi ci sottraiamo: l’uomo deve potersi sentire parte integrante del tempo e dello spazio e dunque muoversi attraverso queste inscindibili variabili di arricchimento, incontro allo stupore della conoscenza. Chiunque abbia una fede (partitica o religiosa) tende invece ad essere una porta chiusa, a vedere l’altro come diverso, contrario, estraneo a sé e al “suo” spazio, al “suo” tempo.
A noi piace invece pensare che questa rivista possa essere una porta girevole, attraverso cui ognuno entri e lasci il suo (questo sì) segno; non importa di che fede, colore, razza o religione sia. “Apolitica e laica” significa dunque nessuna preclusione ma dibattito e confronto. La voglia di partecipare, così come l’esigenza fisiologica di spiritualità che si avverte nel quotidiano non può essere ignorata e sigillata dietro un lucchetto.
Risulta ovvio a questo punto, ma sarà bene precisare, che tutti i collaboratori saranno liberi di esprimere le proprie idee (anche faziose), nonché di scegliere gli argomenti da trattare, i libri da recensire o le case editrici da segnalare. Capiterà spesso che nel lavoro di redazione non ci si trovi d’accordo su alcune cose (personalmente, ad esempio, sono contrario ai concorsi letterari) ma comune impegno sarà quello di restare fedeli all’idea di fondo (le linee guida dell’associazione) al servizio di amici, lettori, collaboratori ed addetti ai lavori (non dovrà suonare come contraddizione dunque la pubblicazione di alcuni bandi di premi letterari che insieme reputeremo interessanti).
L’arte, come sottolineato nelle parole di Orwell, difficilmente risulta “politicamente” neutra ma questo non autorizza affatto i fruitori a confondere la provocazione col diktat partigiano (inteso come fazioso). E’ d’obbligo a questo punto integrare la citazione di cui sopra con le parole di Voltaire: <> (Remarques sur l’histoire, in Oeuvres historiques, Paris, Gallimard, 1978, p. 44).
L’arte è dunque, fatalmente, anche uno schierarsi, operazione particolarmente complessa per l’anima, ma necessaria e salutare allo stimolo della coscienza, ultimo possibile frangiflutto di un ego collettivo in libera espansione. Andare avanti, tornare sui propri passi e rifare lo stesso percorso o cambiare direzione sono variabili del pensiero ma la riflessione che il dialogo implica può costruttivamente inceppare l’hegeliano sistema dialettico di cui siamo tutti figli (e vittime), laddove il riflettere (dal lat. re-flectere) fatalmente comporta la possibilità di tornare al punto di partenza.
Roberto Di Pietro
Capo redattore